La propria vita per la libertà. Con questa verità essenziale spesso dimenticata si è concluso l’incontro, promosso da ANPI e ospitato in municipio, delle classi terze medie con Laura Ambrosini, nipote di Carlo Prina, uomo della Resistenza, nella giornata di oggi, 21 Aprile, in attesa di celebrare la ricorrenza del 25 Aprile. La vicenda di Carlo Prina, affettuosamente chiamato da tutti “nonno Carletto”, è emblematica: “nato antifascista”, pur essendo ufficiale dell’esercito, monarchico e iscritto al Partito Popolare Italiano fino al 1926, si è speso fin da subito in prima persona durante gli anni difficili della Seconda Guerra Mondiale. Fondamentale per la ricostruzione della sua storia è stata la testimonianza della moglie Elena, modista nata nel 1900, custode della memoria familiare che ha tramandato alla nipote il racconto della vicenda del marito, insieme a circa cinquanta lettere clandestine oggi conservate presso la Fondazione Fossoli, scritte durante la prigionia dopo l’arresto avvenuto in seguito all’armistizio. Lettere nelle quali emergono testimonianze drammatiche come la notizia della strage delle Fosse Ardeatine, le condizioni durissime della detenzione e la sofferenza psicologica causata dall’isolamento e dalle violenze. Il suo arresto fu preceduto da un episodio simbolico, quando il 1° marzo la moglie sognò un gatto rosso aggressivo interpretandolo come un presagio e invitandolo alla prudenza, ma il giorno successivo Prina venne comunque arrestato da uomini in nero e condotto alla Villa Reale di Monza, sede del comando nazifascista, dove gli furono sottratti gli effetti personali che la moglie riuscì poi a recuperare, per essere successivamente rinchiuso nel carcere di San Vittore. Una prigionia durata tre mesi in isolamento subendo violenze tali che una delle lettere di quel periodo risulta macchiata di sangue, prima di essere trasferito su carri bestiame al campo di Fossoli in attesa della deportazione. Lì fu costretto a vivere per altri mesi con gli stessi abiti, tra prigionieri politici contrassegnati dal triangolo rosso e separati dagli ebrei, tra cui vi erano anche bambini e famiglie. Prina faceva parte di una rete organizzata della Resistenza attiva a Monza che aiutava i giovani a evitare la leva indirizzandoli verso la montagna, una rete composta da persone di diversa provenienza ma indebolita dalla presenza di un delatore che portò alla sua cattura; nel luglio del 1944 il suo destino si compì quando venne stilata una lista di condannati, e prima della morte riuscì a scrivere due lettere, mentre i prigionieri venivano condotti al poligono e costretti a scavare una fossa comune, riportati poi temporaneamente al campo per depistare e infine ricondotti sul luogo dell’esecuzione, dove alcuni tentarono la fuga riuscendo in due a salvarsi, mentre Prina tentò a sua volta ma rimase impigliato con un lembo dell’abito in una rete e venne ucciso. Dopo la sua morte, la moglie comprese subito la verità quando ricevette resti dei suoi vestiti, si recò inutilmente all’Hotel Regina di Milano per avere notizie e solo nel maggio 1945, con l’apertura della fossa, poté riconoscere il corpo del marito, una vicenda che si collega anche alla lunga rimozione della memoria rappresentata dal cosiddetto “Armadio della vergogna”, in cui per anni furono nascosti documenti relativi alle stragi nazifasciste, rendendo ancora più evidente quanto il valore della libertà sia stato pagato a caro prezzo da chi, come Carlo Prina, scelse di non voltarsi dall’altra parte.
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